Predisposizione all'obbedienza

16.03.2013 22:50

                                                

 

 

         Il metodo fonda le sue basi su tre fattori, o meglio, su tre aspetti dell’equitazione: l’ambiente in cui si svolge la ricerca del binomio e i componenti del binomio stesso (l’uomo e il cavallo).

          Il metodo che propongo, è molto semplice e trova il suo fondamento nel riuscire a capire quando l’ambiente, in cui il cavallo lavora, influisca nell’accentuare le caratteristiche naturali del soggetto, nell’identificarle e nello stabilire un giusto rapporto con il cavallo. Ne consegue l’opportunità di iniziare a gestire tutte le potenzialità e le forze che il cavallo ci mette a disposizione per istinto.

         Nel fare ciò è opportuno tener conto che i cavalli vanno saputi analizzare, anche se è impossibile comprenderne pienamente la loro natura se non si “razionalizzi” la realtà come loro uso.

         La precedente affermazione è confermata dal metodo che io propongo a coloro che si rivolgono a me, è indispensabile, infatti, che il cavaliere segua costantemente i progressi ottenuti dal proprio cavallo e analizzi i vari passaggi secondo i dettami del Col. Federico Caprilli, che si possano riassumere “..... nel rispetto del naturale equilibrio del cavallo” e nella considerazione che l’uomo non può dare al cavallo un equilibrio artificiale, ma solo squilibrare o meno il suo naturale equilibrio.

         Nella preparazione del cavallo è necessario pensare non solo al suo equilibrio fisico, ma anche e soprattutto, a quello psichico. In primo luogo, è opportuno eseguire ciò che si potrebbe definire la “spersonalizzazione” del preparatore, che consiste nel fare concentrare il cavallo sull’uomo, cercando di reagire ai movimenti del cavallo, rispondendo sempre nello stesso modo al medesimo movimento.

          La comunicazione fra l’uomo e il cavallo è difficile a causa della natura stessa dei due interlocutori: l’uomo agisce da protagonista mentre il cavallo da gregario.

Di fronte al cavallo un nostro “istinto” c’induce a prendere in mano la situazione e a cercare di gestire gli eventi. Questo primo “istinto” ci consente di sottomettere il cavallo ed ha permesso al genere umano di utilizzarlo per secoli. Prima dell’avvento del motore, infatti, i cavalli erano una presenza costante nella vita quotidiana degli uomini tanto da consentire a chiunque di riconoscere i principali comportamenti.

         Essendo oggi i cavalli relegati al ruolo d’animali per uso sportivo o da carne, coloro che non hanno l’opportunità di avere un rapporto costante con loro, ne interpretano in modo istintivo i normali atteggiamenti non riuscendogli a riconoscere.

          Non conoscendo le cause che spingono il cavallo ad un determinato comportamento, il primo “istinto” è quello della sopravvivenza che provoca un atteggiamento difensivo, che a sua volta il cavallo interpreta come ostile.

         Per far si che l’impulso di dominio non diventi violenza nei confronti del cavallo, è necessario stimolare la natura gregaria predisponendo l’animale all’obbedienza nei confronti dell’uomo.

         Le tecniche elaborate dall’uomo per predisporre il cavallo all’obbedienza possono essere classificate in tre gruppi:

                            A) LA COERCIZIONE

                                Racchiude l’idea del cavallo come una semplice “macchina” da lavoro, ovvero come schiavo privo di dignità.

                            B) LA COSTRIZIONE

                                 Qui contrariamente alla prima, è tenuta in grande considerazione la dignità fisica del cavallo, di conseguenza si tende ad ottenere la collaborazione del cavallo condizionando i suoi atteggiamenti, con esercizi ripetitivi fino al punto che il cavallo esegue il movimento automaticamente.

                            C) LA COMPRENSIONE

                                 In questa categoria le tecniche (non codificabili vista la necessità di adattare la propria esperienza ad ogni singolo cavallo) sfruttano le naturali attitudini psichiche del cavallo, non come nel caso precedente (costrizione) che confonde l’attitudine psichica con la costruzione morfologica: per capirci meglio, uno dei grandi dell’equitazione ha affermato: “perché un cavallo salti più in alto o corra più veloce, non basta che sia costruito per farlo, deve anche volerlo perché altrimenti, ci ritroveremo ad usare tecniche di costrizione.”

         Dunque, l’unico sforzo dell’uomo nel predisporre il cavallo all’obbedienza e quello di riuscire prima a capire la personalità del “collega animale” poi ad impartire le disposizioni per gestire le forze e le sue potenzialità.

         Il risultato finale, ad un terzo che osserva il binomio in comunicazione, dall’immagine di uno strano ballo senza che si capisca chi è colui che prende e quando, ma, come un ballo, i due amino scambiarsi i ruoli, rassicurando e facendosi rassicurare, in una sorta di patto di reciproca protezione.

         Le regole di questo ballo sono poche e semplici, esse sono scritte nell’intimo d’ambedue partecipanti; il problema è la razionalità condizionata dell’uomo che per pigrizia mentale interpreta, con il metro umano, le intenzioni e la volontà del cavallo, come se stesse interagendo con un suo simile, sicuramente un po' stupido o per lo meno ingenuo; un po' come un adulto si comporta nei confronti di un bambino con cui non ha confidenza.

         Con il cavallo non bisogna dimenticare che di fronte a noi abbiamo un essere che nel suo ambiente e tra i suoi simili è un individuo completo, dunque ha una dignità specifica e non ci si può permettere di mancarli di rispetto, perché è solo nel reciproco rispetto che l’uomo e il cavallo possano di interagire nella realtà che li circonda.                        

                  

 

“UN CAVALLO SENZA IL CAVALIERE E’( E SARA’ SEMPRE) UN CAVALLO” UN CAVALIERE SENZA IL CAVALLO E’ SOLAMENTE UN UOMO.                

Bruno GIONGO

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